Come reagisce l’America Latina al Covid19? Il Cono Sud

_111257887_d39a051a-ae48-4b40-ad90-555135a2eea8

 

 

 

 

 

di Alessandro Peregalli, Dario Clemente, Susanna De Guio

Il primo caso di Covid-19 in America Latina è stato annunciato lo scorso 24 febbraio in Brasile: un uomo di 61 anni di ritorno da un viaggio di lavoro in Italia. Una settimana più tardi, il 3 marzo, anche Argentina e Cile segnalavano i primi risultati positivi al test. L’emergenza partita in Cina tra ottobre e novembre e la drammatica espansione del contagio in Italia già da febbraio rendevano i paesi latinoamericani consapevoli dei rischi connessi al virus in arrivo, e pochi giorni dopo, l’11 marzo, la OMS caratterizzava come pandemia la diffusione del Covid-19.

Davanti alla necessità di affrontare lo stesso scenario, tuttavia, i governi latinoamericani hanno preso decisioni molto diverse tra loro. Se restiamo sui tre paesi già citati, osserviamo che Bolsonaro ha intrapreso la linea negazionista, continuando a parlare di un raffreddore che sui brasiliani non avrebbe attecchito e invitando a non prendere nessuna misura di limitazione del contagio, scelta che lo sta isolando anche all’interno del suo stesso gruppo di governo. L’Argentina di Fernández al contrario ha adottato rapidamente protocolli “all’italiana” mettendo l’intera popolazione in quarantena obbligatoria e sta proponendo un’immagine di Stato presente e capace di gestire l’emergenza. In Cile, invece, il virus è arrivato a scompaginare un contesto di rivolta popolare lunga cinque mesi contro il governo e le sue politiche neoliberiste: la prima reazione di Piñera di fronte al rischio del contagio è stata dichiarare lo Stato di Catastrofe e dare poteri straordinari ai militari, come aveva fatto già in ottobre di fronte alle manifestazioni contro l’aumento del biglietto del metro.

Uno degli effetti collaterali della pandemia del coronavirus sembra essere la sua capacità di evidenziare i sintomi di una crisi strutturale del capitalismo su scala globale che si trascina ormai da un decennio, e mette in risalto le ripercussioni specifiche nei diversi contesti nazionali e regionali. Proviamo qui a dare una panoramica su tre paesi chiave nell’America del Sud, osservando il ruolo dello Stato rispetto alla logica del profitto, le condizioni economiche e sociali in cui si sta affrontando l’emergenza sanitaria, e le diseguaglianze sociali che si inaspriscono nelle situazioni di eccezionalità come quella imposta dall’attuale pandemia.

Brasile: dalla crisi pandemica alla crisi politica

bolso3La crisi epidemica del coronavirus in Brasile si è innestata, accelerandola, su una crisi politica di lungo corso, che sarà intensificata nella misura in cui si aggiungerà una precipitazione della situazione economica, già preannunciata dalla magra crescita di 1.1% del PIL nel 2019, e previsioni ancora più negative per il 2020, con un aumento della disoccupazione tra dicembre e gennaio.

Il fragile consenso che le classi dominanti avevano raggiunto intorno a Bolsonaro alle ultime elezioni, come miglior soluzione possibile di fronte alla completa disarticolazione e delegittimazione del quadro politico tradizionale, per portare avanti quelle riforme lacrime e sangue che vedevano come necessarie per scaricare i costi della crisi sui lavoratori, si è sgretolato all’indomani dell’approvazione della riforma previdenziale lo scorso novembre. Nel corso del 2019 si è assistito a uno scontro all’ultimo sangue tra l’esecutivo e entrambe le camere, che hanno sottratto al primo importanti prerogative di gestione del bilancio dello Stato. È stato proprio questo episodio a spingere le componenti più ideologicamente fasciste legate al bolsonarismo a radicalizzare il carattere autoritario del governo, spingendo a una mobilitazione di piazza con l’obiettivo non troppo celato di chiudere il Parlamento e il Tribunale Supremo, prevista per il 15 marzo. Per quella data erano ormai passati 20 giorni dalla diagnosi del primo caso di Covid-19 nel paese (24 febbraio a San Paolo), e due giorni dalla scoperta del primo caso di trasmissione comunitaria (13 marzo) ma Bolsonaro si è comunque presentato in piazza a Brasilia, stringendo mani, abbracciando persone e facendo selfie.

Nei giorni successivi l’ex alleato di Bolsonaro Alexandre Frota, del partito di centrodestra PSDB, ha depositato al Congresso una richiesta di procedimento di impeachment nei confronti del presidente per crimini di salute pubblica, per non essere rimasto in casa dopo la sua visita negli Stati Uniti, nella quale 24 partecipanti della delegazione brasiliana, inclusi due ministri, sono risultati positivi al Covid-19.

Proprio in seguito a quella visita, Bolsonaro si è sottoposto a ben due tamponi, e dopo alcuni giorni ha annunciato sui social network di essere negativo ma, a differenza del suo omologo statunitense Donald Trump, ha rifiutato di esibire il certificato. Il test era stato fatto in un ospedale militare che giorni dopo, espressamente sollecitato da un giudice, ha riferito i nomi dei pazienti positivi omettendo però i nominativi di due persone.

copeDa allora, in Brasile si gioca una disputa politica che ha generato una situazione di completa assenza di strategia di governo. Da una parte, infatti, il presidente, sempre più isolato nelle istituzioni e nel suo stesso governo, difende la tesi che il coronavirus non è altro che una “influenzetta” (gripizinha) o un “raffreddorino” (resfriadinho), non ne vuole sapere di adottare misure preventive e di isolamento sociale e sostiene che tutt’al più si dovrebbero isolare gli anziani mentre tutti i settori dell’economia dovrebbero andare avanti per salvaguardare impiego e, soprattutto, profitti. Dall’altro lato della barricata, l’armata brancaleone guidata dal governatore di San Paolo João Doria (PSDB), ex alleato di Bolsonaro, ha coordinato azioni congiunte tra 24 dei 26 stati brasiliani per prendere quelle misure tempestive di isolamento sociale che il presidente si rifiutava di adottare. Nel frattempo, le camere, dirette dai presidenti Ricardo Maia e Davi Alcolumbre, entrambi del partito di destra Dem, hanno iniziato ad agire in maniera autonoma, dichiarando loro stesse lo Stato di Calamità Pubblica. Ma un terzo fronte si è aperto anche all’interno del governo, con il ministro della Salute Luiz Henrique Mandetta (anche lui Dem) che ha disposto misure di prevenzione e di isolamento sociale che, sebbene siano solo suggerite e non obbligate, sono antitetiche alle richieste dal presidente di aprire il commercio e di far circolare l’economia: la condotta del ministro è appoggiata secondo i sondaggi da tre quarti dei brasiliani, cosa che gli sta dando la forza di opporsi alle accuse quotidiane di Bolsonaro, che non ha il coraggio di licenziarlo.

A loro volta, anche i cinque ministri militari, guidati dal vice-presidente Hamilton Mourão, hanno difeso apertamente e pubblicamente il ministro, determinando una rottura sempre più netta all’interno stesso dell’esecutivo. Nella drammatica crisi di legittimità che ha attraversato la democrazia brasiliana, con l’impeachment, da molti considerato vero e proprio golpe, alla presidente del PT Dilma Rousseff nel 2016, e la condanna e detenzione senza prova dell’ex presidente Lula (anche lui del PT) nel 2018, i vertici militari hanno assunto un ruolo sempre più attivo in politica, arrivando anche ad appoggiare in maniera spregiudicata la candidatura di Bolsonaro nel 2018. Oggi però i militari si sono distanziati dal loro “mito”: come rappresentanti di un’istituzione con una forte tradizione di autonomia nelle relazioni internazionali, ed educati a una gestione pragmatica del potere, non gradiscono i colpi di testa ideologici di Bolsonaro, il suo servilismo eccessivo agli Stati Uniti, e anche alcuni misure iper-liberalizzanti proposte dal ministro dell’economia Chicago Boy Paulo Guedes, intenzionato a privatizzare le grandi imprese di Stato su cui i militari hanno storicamente messo le mani. Negli ultimi giorni, questi attriti si sono acuiti quando Eduardo Bolsonaro, figlio del presidente, ha accusato la “dittatura cinese” di essere responsabile della diffusione del virus, creando una crisi diplomatica con un paese che è il maggior finanziatore di investimenti esteri in Brasile e il suo più grande partner commerciale – e creando frizioni con il settore dell’agro-business che esporta massicciamente in Cina, fino ad ora vicino al presidente per via degli incendi in Amazzonia.

Con il distanziamento della cupola militare da Bolsonaro, diventano sempre più improbabili le ipotesi di svolta autoritaria di quest’ultimo in una direzione simile a quella ungherese, e sempre più possibile l’eventualità di colpo di Stato contro Bolsonaro. Se resiste ancora alla presidenza (per lo meno formalmente) è perché il suo consenso, anche se sempre più minoritario, si attesta però ancora su percentuali che, se confrontate con la tragedia economica, sociale e culturale in cui versa il paese, sono incredibilmente alte: tra il 25 e il 35% di approvazione. Una buona parte dei quali corrisponde però alla sua base “militante”, che è la testimonianza più forte dello straordinario lavoro di egemonia culturale costruito negli ultimi anni, tra ideologia patriarcale e razzista, discorso anticorruzione, diffusione capillare di fake news, uso spregiudicato del “politicamente corretto” e supporto organizzativo delle chiese evangeliche e delle milizie.

noticia-1585896598-coronavirus-colombia-en-vivo-2

Da parte sua il presidente sembra scommettere il tutto e per tutto sulla sua strategia di ridimensionamento della crisi, accettando il declassamento di fatto dalle decisioni strategiche, ma pronto a responsabilizzare gli “altri” per il probabile collasso economico; allo stesso tempo, lungi dal provare a intervenire a favore dei soggetti più esposti alla crisi, sembra disposto a scommettere sulla macelleria sociale per emergere in un secondo momento come “giustiziere”: la decisione di sospendere fino a tre mesi tutti i salari (a cui per via di un impedimento costituzionale ha dovuto in un secondo momento garantire il 75% con fondi statali) e le continue attese alla decisione di fornire aiuti eccezionali a disoccupati e lavoratori informali, vanno in questa direzione.

In tutto questo, la sinistra politica e sociale sembra messa ai margini. Completamente scalzato dall’attivismo di Doria, il PT non riesce a riprendere protagonismo politico né come agitatore né come conciliatore. Persa di fatto ogni credibilità in termini di conflitto in 14 anni di governo e di passivizzazione delle masse, il partito non dispone neppure del capitale politico sufficiente a negoziare una transizione. A poco è servito, in questo senso, la liberazione di Lula lo scorso novembre. Gli altri partiti della sinistra non sono a loro volta riusciti, negli ultimi anni, a costruire un percorso di accumulazione di forza in direzioni diverse e alternative da quelle sperimentate nel progressismo, e si ritrovano a far fronte comune con il PT per garantire per lo meno una tenuta a livello istituzionale. Da parte loro, i movimenti sociali non sono per ora stati in grado di soffiare nella brace del malessere sociale, anche se la serie di panelaços (battiture di pentole) delle ultime settimane in opposizione al governo sono un piccolo indizio di ripresa dell’iniziativa sociale. In ogni caso, l’assenza di iniziativa politica dell’opposizione non ha evitato lo scoppio di tumulti, come nel caso delle rivolte ed evasioni di massa nelle carceri di San Paolo, mentre il vuoto di potere generato al vertice ha favorito la creazione di forme di governo “altre”, come quelle dei cartelli della droga, che si sono incaricate di stabilire autonomamente, di fronte all’apatia del governo, la quarantena in alcune favelas di Rio.

Nel frattempo, il Brasile marcia a tappe forzate verso il momento di accelerazione dell’epidemia, ad oggi* sono 10.475 i casi totali di contagiati, 448 i morti accertati, 9.900 i contagiati attuali e 296 le persone in condizioni critiche. Tuttavia, i numeri ufficiali, che già così collocano il Brasile al primo posto in America Latina nell’infelice classifica del progresso della pandemia, sono enormemente al di sotto di quelli reali: per fare solo il caso di San Paolo, ogni giorno nei cimiteri vengono seppellite tra le trenta e le quaranta persone morte con sintomi di coronavirus che, però non hanno fatto in tempo a fare i test o a ricevere i risultati.

In questo quadro, quella che si sta facendo il tampone è la democrazia brasiliana: già provata dal golpe e dall’avventura mezzo fascista e mezzo farsesca di un presidente psicopata, il Covid-19 potrebbe essere il suo stress test definitivo.

Argentina: lo stato sociale d’emergenza, la crisi economica, il pericolo autoritario

ARGENTINA-HEALTH-VIRUSL’Argentina si trova attualmente nel secondo periodo di quarantena obbligatoria per tutta la popolazione, iniziata il primo di aprile e che dovrebbe terminare il 12 di aprile, anche se ci sono possibilità di una nuova estensione. Il primo periodo, durato dal 20 al 31 di marzo, è stato deciso per decreto a diciassette giorni dal rilevamento del primo caso di Covid-19 nel paese, lasso di tempo in cui si sono progressivamente chiuse le scuole di ogni grado, si sono cancellati eventi sportivi e culturali di massa e si è raccomandato alla popolazione di auto-isolarsi in casa. 

Il governo di Alberto Fernández è intervenuto con grande tempismo e protagonismo per affrontare l’emergenza rappresentata dal Covid-19 adottando una serie di misure straordinarie, intervallate da discorsi rassicuranti in diretta televisiva, in cui – seguendo la narrativa peronista a cui la sua area politica fa riferimento – ha fatto leva sul sentimento nazionale per chiamare il popolo argentino ad agire tutti insieme per sconfiggere il “nemico invisibile” rappresentato dal virus.

Dopo la chiusura totale delle frontiere, il 16 marzo, nei giorni seguenti sono stati adottati diversi provvedimenti volti a complementare la quarantena: i prezzi dei prodotti di prima necessità sono stati fissati per un mese ed è stato sospeso il taglio dei servizi per morosità per 180 giorni; è stato stabilito il contributo d’emergenza alle famiglie con basso reddito e un bonus salariale per il personale sanitario, della polizia e delle forze armate. A fine mese è stato congelato il prezzo degli affitti, dei mutui, decretata la sospensione degli sfratti fino al 30 di settembre e poi proibiti i licenziamenti per 60 giorni, in parte in risposta all’annuncio di 1500 licenziamenti e taglio di salari, fatto nei giorni precedenti dalla multinazionale argentino-italiana Techint. Nei primi giorni di aprile il governo ha disposto un programma di appoggio alle piccole e medie imprese, mentre sta studiando la possibilità di dichiarare la totalità delle strutture mediche pubbliche e private di “interesse pubblico” e integrarle al circuito di lotta contro il Covid-19, ad immagine di quanto fatto in Spagna ed Irlanda.

Il sistema sanitario nazionale possiede 8560 posti di terapia intensiva (su una popolazione di circa 44 milioni di abitanti) ai quali il governo aggiungerà altri 2000, distribuiti tra gli ospedali pubblici e gli otto ospedali da campo attualmente in costruzione con l’aiuto delle forze armate. Dal punto di vista demografico, la categoria “a rischio” per età corrisponde al 20% circa della popolazione (9.14% 55-64 anni, 11.46% over 65). 

diario democraciaAd oggi* si registrano ufficialmente 1452 casi (44 decessi), la maggior parte dei quali sono “casi importati” (46.4%, in maggioranza da paesi europei o gli Stati Uniti) o contatti diretti di questi (33.7%) mentre il restante è di origine non accertata. Si considera che è già iniziata la trasmissione locale nella zona della città di Buenos Aires e zone limitrofe (AMBA), oltre alla provincia del Chaco, tuttavia l’aumento giornaliero dei casi è considerato “soddisfacente” soprattutto in comparazione con i paesi limitrofi (Brasile e Cile in particolare) e a seconda delle stime il picco dei contagi è previsto per la seconda metà di aprile o la prima metà di maggio.

L’adesione alla quarantena è stata alta in queste prime settimane, ed in un certo senso è parso che almeno una parte importante della popolazione si “anticipasse” alle misure del governo, implementando una quarantena di fatto ancor prima dell’annuncio ufficiale. La sua effettività è ovviamente invece limitata nei quartieri informali (villas, asentamientos) che si estendono nell’area metropolitana di tutte le principali città, dove l’affollamento e la precarietà abitativa impedisce osservare il distanziamento sociale. L’indicazione ufficiale per queste situazioni è che l’isolamento si possa compiere a livello di quartiere, circolando all’interno senza uscirne, ma l’alta concentrazione di questi quartieri nella cintura attorno a Buenos Aires rende questa zona la più problematica potenzialmente in fatto di contagi, anche se per ora la circolazione del virus sembra essere contenuta. Più grave è invece la situazione economica e sociale nei quartieri periferici della capitale, dato che la maggior parte dei suoi abitanti ha lavori informali che si sono interrotti con la quarantena. Questa problematica, propria di una parte importante della popolazione che comprende anche gli strati inferiori della classe media, è al centro di una misura del governo chiamata “ingreso familiar de emergencia” che ha assegnato 10.000 pesos (poco più di 100 euro al cambio attuale) per nucleo familiare per il mese di marzo, rinnovabile per aprile. Si calcola che saranno circa 3 milioni di famiglie a sollecitare il sussidio.

Nonostante la retorica del nemico comune usata dal presidente Fernández, che tende a legittimare la delazione del vicino di casa e alimentare la psicosi per cui ogni persona è un potenziale veicolo di contagio, in Argentina si sono mosse rapidamente anche le reti di solidarietà autogestite e guidate dalle organizzazioni sociali di base, che sono parte del tessuto sociale ereditato dalle diverse crisi economiche che il paese ha fronteggiato negli ultimi anni: quella che ha portato il paese al default nel 2001 e quella più recente, imposta dalla gestione politico-economica dell’ultimo governo di Mauricio Macri. Nei quartieri più marginali e negli insediamenti informali sono spesso solo le organizzazioni sociali ad essere in grado di affrontare i problemi quotidiani, fornendo un servizio di mensa popolare che si è sostenuto durante la quarantena, e sportelli di salute e primo soccorso, pronti ad attrezzarsi davanti alla nuova emergenza virale, che si somma a quelle rappresentate dall’impennata dei casi di dengue e morbillo che ha investito l’Argentina nei mesi precedenti all’arrivo del Covid-19.

niunamnosUn altro fronte dove il governo è intervenuto alla fine di marzo è quello della violenza domestica: di fronte alla denuncia di 12 femminicidi nei primi 10 giorni di quarantena, il Ministero delle Donne, Generi e Diversità ha implementato una strategia per la richiesta d’aiuto in collaborazione con la Confederazione Farmaceutica Argentina, sull’esempio spagnolo: oltre al numero dedicato alle denunce di violenza, la richiesta di una “mascherina rossa” in farmacia attiverà il protocollo di segnalazione di un caso di violenza di genere. Allo stesso tempo, il movimento NiUnaMenos ha lanciato la chiamata a un “ruidazo”, a fare rumore dai balconi e dalle finestre delle case lo scorso 30 marzo alle 18 per manifestare contro la violenza patriarcale che con l’obbligo a isolarsi in casa rischia di aumentare drasticamente, se si osserva che più del 60% dei femminicidi in Argentina sono causati dalla coppia o ex-coppia della vittima.

Una delle contraddizioni che la gestione della crisi pandemica lascia allo scoperto in Argentina è l’agire delle varie forze di polizia (locali o federali) a cui è assegnato il compito di mantenere l’ordine pubblico, mentre le forze armate sono usate in mansioni varie (costruzione di ospedali da campo, distribuzione di cibo) per la prima volta dal ritorno della democrazia. C’è stato un forte dibattito sulla necessità di dichiarare un “Estado de sitio”, misura che ha un triste, e recente, passato in Argentina perché è sempre coinciso con episodi di forte repressione generalizzata alla popolazione, come nel 2001. Implica cedere ai militari il controllo dell’ordine pubblico e il coprifuoco. Per ora si è evitata questa misura, anche perché dopo i primi giorni di caos si è registrato un alto livello di adempimento alla quarantena. Ciononostante, ci sono stati vari episodi di abusi della polizia nelle villas attorno alla capitale (in alcuni casi, i responsabili sono stati rimossi dal loro incarico) e in diverse province del paese, e cresce un clima autoritario generale che invoca la “mano dura” con i contravventori della quarantena, a prescindere che si tratti delle famiglie benestanti che vanno al mare senza curarsi delle disposizioni del governo, o venditori ambulanti che sfidano i divieti per sopravvivere. 

La prospettiva per il futuro immediato è quella di una nuova crisi economica e sociale di proporzioni devastanti (superiore a quella del 2001, secondo alcune stime) che si sovrappone alla profonda recessione lasciata dal governo Macri, con quasi un 40% di persone sotto la linea della povertà, e in un contesto di deficit economico nazionale, aggravato dall’enorme debito contratto nel 2018 con il FMI.

Cile: di nuovo militarizzazione e protezione delle élites

In Cile il riscontro del primo caso di coronavirus è avvenuto il 3 marzo, in contemporanea con l’Argentina. Nelle settimane seguenti inevitabilmente sui media si è prodotta una comparazione tra i due paesi sul modo di affrontare l’arrivo della pandemia e sulla effettiva propagazione del contagio.

cipeciop

Le scelte del governo argentino hanno portato al rapido blocco delle frontiere e delle scuole (dal 16 marzo) e poi la quarantena totale obbligatoria a partire dal 20 marzo, con l’eccezione dei settori produttivi essenziali e dell’ambito medico-ospedaliero. In Cile si sono fermate le scuole e poi le frontiere (18 marzo) ma non sono stati cancellati i voli provenienti dai paesi critici – come è avvenuto invece non solo in Argentina, ma anche in Brasile, Bolivia, Uruguay, Colombia tra gli altri – e non è stata implementata la quarantena. In cambio, il 19 marzo, con 283 casi di contagio confermati, il governo cileno ha preso la decisione di dichiarare lo Stato di Catastrofe per 90 giorni, che ha permesso il ritorno dei militari in strada e il coprifuoco, come aveva fatto a ottobre in risposta alle prime manifestazioni di una rivolta che da quel momento non si è più fermata. Tuttavia né il coinvolgimento dei militari né il coprifuoco sono misure adeguate di fronte a un’emergenza che è innanzitutto sanitaria e legata all’espansione del contagio del virus Covid-19. È simbolico che a poche ore dalla dichiarazione dell’emergenza nazionale, il primo gesto della municipalità di Providencia, a Santiago, sia stato ripulire dai graffiti la statua del generale Baquedano, al centro della piazza della Dignità, che negli ultimi 5 mesi ha ospitato quotidianamente le manifestazioni della capitale. Il plebiscito per modificare la Costituzione, previsto per il 26 aprile, è stato prontamente spostato al 25 ottobre, mentre nessuna delle domande che la rivolta sociale sta rivendicando da ottobre è stata presa in considerazione, e il Cile in cui ha fatto ingresso il virus pandemico presenta le stesse profonde diseguaglianze che lo caratterizzano da trent’anni, noto laboratorio latinoamericano dell’economia neoliberale, in cui la privatizzazione selvaggia ha reso la presenza dello stato sociale completamente deficitaria.

elpueblocuidaIn Cile vivono 18 milioni di persone, di queste il 20% accede al sistema di salute privato (ISAPRES) mentre il restante 80% utilizza il sistema di salute pubblico (FONASA), tuttavia quest’ultimo presenta una lunga storia di ristrutturazioni e tagli che ne hanno debilitato fortemente l’efficienza, mentre il settore privato è stato sostenuto, da diversi governi, con finanziamenti milionari: è un esempio significativo che il Ministro della Salute, Jaime Mañalich, sia l’ex direttore di una delle cliniche private più ricche del paese. Si tratta della stessa persona che nel 2013 è stata sanzionata dal Tribunale Etico del Collegio Medico per comportamento violento contro dirigenti sindacali, e nel 2015 è stato espulso per mancanza di etica, sebbene quest’ultimo provvedimento sia stato poi revocato dal Tribunale Nazionale. Ed è lo stesso ministro che, il 21 di marzo, con 537 contagi e la prima persona morta di coronavirus, ha giustificato in televisione la scelta di non implementare la quarantena dichiarando: “che succede se il virus muta e diventa una ‘buona persona’? Sarebbe uno scenario completamente diverso”. E ancora Mañalich è l’autore dell’affermazione: “il Cile ha uno dei migliori sistemi sanitari del pianeta”, così efficiente che nel 2018, 26mila persone sono morte in lista d’attesa, e altre 18.455 nel 2019, mentre il Collegio Medico ha denunciato a inizio aprile la mancanza di materiale minimo di protezione contro il contagio del Covid-19 per la gran parte dei lavoratori della salute.

Già il 20 marzo scorso, 56 sindaci di tutto il paese avevano firmato una lettera al presidente Piñera e al Congresso chiedendo che si dichiari la quarantena nazionale per salvaguardare la salute dei cittadini, come suggerisce anche la OMS; il 22 marzo è stato invece stabilito il coprifuoco a livello nazionale, dalle 22 alle 5 del mattino, la quarantena è stata attivata quattro giorni più tardi, e solo nelle zone in cui il contagio supera il tasso di 4 per 10mila abitanti: attualmente sono in quarantena obbligatoria alcuni quartieri di Santiago e poche altre zone del paese nelle regioni di Valparaíso, del Bio-Bio, di Ñuble e Magallanes, nell’estremo sud, mentre il virus ha raggiunto 4.471 persone in totale, portando il Cile al secondo posto in America Latina dopo il Brasile per numero di contagi; di questi, 3909 sono i malati attuali, 38 i casi critici, e 34 i morti.*

Di fatto, nelle prime settimane di marzo la preoccupazione per l’estendersi del contagio e l’assenza dello Stato nel gestire l’emergenza ha portato la popolazione a lanciare campagne per la quarantena volontaria, la responsabilità collettiva e la solidarietà autogestita, mentre si viralizzava lo slogan “solo il popolo aiuta il popolo”. Tuttavia l’attività produttiva nel paese non si è fermata, pertanto la maggioranza della popolazione con un lavoro dipendente o precario ha dovuto continuare ad andare a lavorare, senza misure di protezione, e a usare i mezzi di trasporto affollati e con frequenza ridotta a causa del coprifuoco, a sottoporsi al rischio di contagio, mentre i dirigenti si sono rinchiusi nelle loro case al mare adottando il telelavoro.  

whatsa

Ma la misura più polemica, che mostra con evidenza l’intenzione del governo di proteggere i profitti delle grandi imprese cilene e internazionali a discapito della salute e della vita dei cittadini, è stato il decreto emesso dalla Direzione del Lavoro il 26 marzo secondo il quale, in caso di quarantena o di applicazione del cordone sanitario, i datori di lavoro non sarebbero obbligati a pagare lo stipendio ai lavoratori. Mentre la gran parte dei paesi del mondo sta implementando misure di sostegno al reddito durante la crisi pandemica, in Cile si obbligano i lavoratori a esporsi al contagio, pena la sospensione dei salari, in consonanza con la linea adottata dal Brasile di Bolsonaro. Viceversa, il piano di stimolo fiscale di 11.750 milioni di dollari, sventolato dal governo come un ambizioso piano economico di sostegno alla crisi pandemica, è rivolto alle persone impossibilitate a lavorare o senza lavoro formale, ma prevede anche aiuto economico alle imprese, e la sospensione dell’IVA e delle tasse sulla rendita per le aziende per i prossimi tre mesi.

Se il governo cileno aveva una possibilità di riconquistare consenso con una gestione forte e responsabile dell’emergenza causata deal Covid-19, ancora una volta ha dimostrato la totale incapacità di rispondere alle necessità del paese, e le priorità che considera nelle sue scelte di governo sono sempre rivolte alla salvaguardia dei capitali d’impresa in primo luogo. 

Allo stesso tempo, l’enorme tessuto sociale che si è mobilitato in cinque mesi di proteste in tutto il paese non ha smesso di esistere e di agire in molteplici direzioni: una necessità urgente è rappresentata, per esempio, dalla salvaguardia delle persone incarcerate durante la rivolta, attualmente circa 2500 (mentre sono più di 11.300 le persone che sono state arrestate dallo scorso ottobre ad oggi). Già il 19 marzo avveniva la prima rivolta nel carcere di Santiago, e più recentemente nel carcere di Puente Alto si sono scatenate le proteste per il riscontro dei primi casi di coronavirus, in un contesto di sovraffollamento e carenza di norme igieniche basiche. Durante il mese di marzo si sono moltiplicate le iniziative del Coordinamento per la Libertà dei Detenuti Politici della Rivolta – 18 Ottobre, che hanno lanciato una campagna internazionale per chiedere che le persone detenute in carcere preventivo passino agli arresti domiciliari, e lo scorso 4 aprile si è ottenuta la scarcerazione di 12 detenuti della primera linea in carcere preventivo, in attesa di giudizio. Nel frattempo il governo ha proposto una legge di indulto commutativo affinché i detenuti con più di 75 anni, le donne in gravidanza e le madri con figli minori di due anni scontino la pena agli arresti domiciliari. La legge è stata bloccata dal Congresso perché non includeva i detenuti per crimini di lesa umanità. Di fatto il governo sta portando avanti in parallelo la discussione di un’altra legge, detta “umanitaria”, in cui a tutti i detenuti in età avanzata sarebbero garantiti gli arresti domiciliari indipendentemente dal tipo di crimine commesso.

In conclusione, in un paese in cui, già a inizio febbraio le piazze dicevano “ammazzano di più i carabineros del coronavirus”, la vera quarantena che continua vigente nel paese è quella del controllo poliziesco e militare, sempre a protezione dell’élite imprenditoriale e politica, mentre ai soggetti politici della protesta resta ancora, più attuale che mai, il compito di pretendere un paese con dignità e uguaglianza sociale.

* Tutti i dati del contagio sono aggiornati al 5 aprile.

 

Deja un comentario

Tu dirección de correo electrónico no será publicada. Los campos obligatorios están marcados con *